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contraddette da elementi tali da mostrare che i fatti si sono svolti in tutt'altro
modo rispetto all'ipotesi accusatoria.
Addirittura prima di conoscere persino le poche righe del verdetto assolu-
torio della Corte d'Assise d'Appello, il dottor Giuttari, il 15 dicembre '95
- data del primo esame del cavatore - vale a dire poco più d'un mese dopo
aver intrapreso la lettura degli atti, è già sulle tracce di Lotti e di Vanni.
Giuttari dice di essersi messo a leggere "tutti gli atti, ad esaminarli, ad
analizzarli"4. Ma è molto improbabile che l'abbia fatto. E questa una delle
espressioni usate nel corso della sua prima deposizione dibattimentale in
cui egli tende a presentare se stesso come una persona di speciali capa-
cità: in questo caso si tratterebbe della speciale abilità alla lettura veloce,
che pochissimi esperti acquisiscono dopo una specialissima preparazione.
Sono ricorrenti, nelle chilometriche deposizioni dibattimentali del dottor
Giuttari, le frasi in cui egli si mostra agli occhi dei giudici come un funzio-
nario scrupoloso, giunto a una globale comprensione del complesso caso
giudiziario a lui affidato attraverso una straordinaria abilità, unita a una
diligenza non comune.
Viceversa, considerato il tempo, non più di un mese, la sua lettura degli atti
non può essere stata che molto affrettata e necessariamente incompleta.
"... Ricavando, debbo dire, subito una impressione molto positiva da questa
attività di lettura. Perché il risultato di questa lettura mi offriva già in parten-
za degli spunti interessanti per la ricostruzione oggettiva dei fatti"'.
Osservo di nuovo l'uso di un lessico particolare: "impressione molto posi-
tiva"; "mi offriva già in partenza degli spunti"; "ricostruzione oggettiva dei
fatti".
Allo scopo di giungere a una ricostruzione oggettiva, le impressioni dovreb-
bero essere allontanate con cura. In questa fase di lettura, oltre che l'atteg-
giamento di un osservatore indifferente, il dottor Giuttari dovrebbe rivestire
quello del critico severo delle acquisizioni e delle opinioni espresse da altri,
inquirenti e giudici compresi. Se il suo compito è quello di fare tabula rasa
rispetto a un eventuale errore iniziale (i delitti commessi da una sola perso-
na), il solerte, ma rapidissimo lettore dovrebbe allontanare da sé ogni im-
pressione in quanto fuorviarne, perché se esiste qualcosa di non oggettivo
sono proprio le impressioni.
Ma la frase più illuminanate è "in partenza", riferita alla lettura. Significa che

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l'impressione nasce all'inizio di essa, e prima di cominciare l'analisi.
Non è difficile sostituire i termini "subito una impressione positiva" con la
frase: "subito un'impressione istintuale", che identifica il preconcetto.

E il caso di osservare un aspetto complessivo non irrilevante di questa depo-
sizione dibattimentale del dottor Giuttari, che cerco di ricostruire in chiave
di psicodramma, vale a dire, seguendo un procedimento che mi suggerisce
Reick, tentando di individuare l'atteggiamento psicologico di colui che si
propone come l'autore del nuovo processo.
Secondo il codice di procedura i testimoni sono interrogati e depongono
sui fatti a loro conoscenza, e che abbiano avuto modo di constatare. Gli ap-
prezzamenti personali sono vietati. Se i testi riferiscono fatti appresi da altri,
hanno l'obbligo di rivelare la fonte, che il giudice dovrà poi ascoltare di-
rettamente. Giudizi, opinioni, deduzioni più o meno logiche, atteggiamenti
psicologici, quelli che un tempo si definivano 'moti dell'animo', non servono
ai giudici di un dibattimento penale moderno. Se un testimone logorroico
mostra di indulgere in simili soggettività, è compito del Presidente (o in caso
di sua inerzia, delle parti) di fermarlo prima possibile, non foss'altro per un
principio di economia processuale.
Viceversa il dottor Michele Giuttari depone incontrastato per ben quattro
udienze (il 23, 25, 26, 27 giugno del '97 ) per complessive 362 pagine di ver-
bale trascritte dalla video-registrazione. Parla quasi sempre lui, le domande
sono rare e quasi tutte generiche.
Non si interroga un testimone, bensì si ascolta passivamente il relatore di
una tesi monografica, lasciando al conferenziere tutto lo spazio che gli è
necessario per illustrare col bagaglio delle sue deduzioni, delle sue illumina-
zioni, dei suoi giudizi, i risultati del suo lavoro. Risultati che egli qualifica a
più riprese come "oggettivi", vale a dire palpabili, fotografabili, riscontrabili
nella realtà delle cose, fattuali, in una parola probatori.
Trasparente la critica che il nuovo superinvestigatore rivolge a tutti gli altri
soggetti che finora si sono affaticati su uno dei casi più complessi della storia
giudiziaria del Paese: voi avete cercato di avallare delle ipotesi, io sono stato
in grado di portare sul tavolo dei giudici dei fatti. Non è il caso di interrom-
pere quella che più che fonte di prova è torrente di prova, i fatti sono fatti,
c'è poco da discutere.

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pitolo quattordicesimo. Altre confessioni, del tutto volontarie, hanno nome
e cognome, fino dai delitti del 1974.
Il motivo forse consiste in un impulso di identificazione. Queste persone
avrebbero vissuto le vicende del mostro come l'addensarsi reale di una colpa
personale da loro solo sognata, ma vissuta intensamente. Alcuni, per questo,
hanno cercato la punizione; altri, più vigliaccamente, hanno tentato, e in
parte ci sono riusciti, di trasferire l'impulso indirizzando le indagini su altri.
Una spiegazione che forse è troppo scontata e banale.
Questa vicenda è contrassegnata dall'invidia. Uno dei tre vizi capitali di cui
Dante accusa la gente fiorentina. Nel nostro caso esiste l'invidia del plu-
riomicida verso la gioia dei giovani che riescono col sesso a sconfiggere lo
squallore e la monotonia della vita. Poi c'è l'invidia di alcune persone per la
destrezza, la freddezza e la capacità dell'assassino, un'invidia che li induce
alla banalizzazione.

Per finire una riflessione su me stesso, sul sentimento di solitudine che mi
ha accompagnato durante tutti gli anni dell'inchiesta infinita. Per pudore
preferisco affidarmi a una citazione tratta da uno scrittore fra quelli che amo
di più. E la parabola del Guardiano alla porta della legge e del Viandante
che aspetta sulla soglia, da anni, di oltrepassarla. "Che vuoi sapere ancora?",
chiede il Guardiano, "Sei insaziabile".
L'uomo risponde: "Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi
anni nessun altro ha chiesto di entrare?".
Il Guardiano si rende conto che l'uomo è giunto alla fine e per farsi intendere
ancora da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, grida:
"Nessun altro poteva entrare qui, perché questo ingresso era destinato sol-
tanto a te. Ora vado a chiuderlo".
(Franz Kafka, II Processo. Da Franz Kafka, I romanzi, Mondadori, Milano
1989, pp. 520-521. Trad. di Ervino Pocar).

Un'ultima notizia: nell'ottobre del 2004 è morta in ospedale Luisa, la moglie
di Mario Vanni.

Firenze, 2 gennaio 2005.

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