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SIMONE CIARUFFOLI
STANLEY KUBRICK. EYES WIDE SHUT

FALSOPIANO

LIGHT

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FALSOPIANO LIGHT

Simone Ciaruffoli

FALSOPIANO eBOOK

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Qualunque) nel saggio dell’antropologo Marc Augé. Viaggio
fatto di percorsi in auto, di imbarchi ai satelliti, di aerei, di
scale mobili, di esibizioni di carte di credito, di carte di rico-
noscimento e di banconote nei portafogli, “di tutti i luoghi
dell’incontro fortuito dove si può provare fuggevolmente la
possibilità residua dell’avventura, la sensazione che c’è solo
da veder cosa succede” 11. E veder cosa succede è quello che
interessa a Bill Harford. Ospite e immagine speculare (in
negativo come il sogno di Frank Silvera ne Il bacio dell’as-
sassino) del Dupont descritto da Augé: signor Qualunque dei
non-luoghi della surmodernità.

Discesa nelle profondità (del centro)

Partendo dalla medesima affermazione di Stanley
Kubrick che come un terrorista del racconto cinematografico
avrebbe voluto mandare in frantumi (e lo ha fatto) la struttu-
ra narrativa ogni qualvolta gli si fosse presentata l’occasione,
possiamo immaginare quali e quanti scontri abbiano insapo-
rito il rapporto lavorativo col suo sceneggiatore Frederic
Raphael. Quest’ultimo è infatti uno sceneggiatore di stampo
prevalentemente classico e nel corso del lavoro di stesura
della sceneggiatura di EWS ha promulgato più volte l’inten-
to di riconoscere al film un’impostazione che fosse il più
possibile rispettosa dei modelli canonici: “Dà la sensazio-

11 Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione ad una antropologia della sur-
modernità, Elèuthera, 1993, p. 9.

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ne di non essere presi… in giro” 12, ha spiegato Raphael.
Niente di più vero, se non fosse che il suo “datore di

lavoro” con le prese in giro, con gli schiaffi in faccia allo
spettatore, ancorché in chiave didattica, c’è sempre anda-
to a nozze. Altroché Aristotele, che nella linearità di un
inizio, un centro e una fine, che nella comune nascita e
morte del tempo dell’azione con quello della rappresenta-
zione teatrale fondava la sua Poetica. Di più, altroché il
Godard che richiamava la sovversione dell’ordine di ini-
zio, centro e fine. Kubrick in realtà si beffava di queste
logiche, nel primo caso accomodanti, e nel secondo rivo-
luzionarie ma pur sempre nell’ottica dello stesso principio
fondante.

Anche se Frederic Raphael scongiurava che il regista
volesse disegnare una struttura simile a quella di Full
Metal Jacket, ritenuta dallo sceneggiatore incoerente
anche se con buoni ingredienti, Kubrick desiderava rima-
nere il più possibile vicino al canovaccio del Doppio
Sogno di Arthur Schnitzler, dileggiando più volte una
forma strutturale archetipica.

Anche in questo caso il regista, come in Full Metal
Jacket, come nella Traumnovelle e nei migliori romanzi di
Schnitzler, preferisce entrare brutalmente nel vivo della
vicenda, tratteggiando minimamente, come abbiamo già
detto, personaggi e situazioni.

12 Frederic Raphael, Eyes Wide Open, Einaudi Tascabili, 1999, p.
149.

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Mondadori, 1990

-Rondolino Gianni, Tomasi Dario, Manuale del film, Utet,
1995

-Saba Cosetta G., Alfred Hitchcock. La finestra sul cortile,
Lindau, 2001

-Schnitzler Arthur, Sulla psicanalisi, Mondadori, 1990

-Stanislavskij Kostantin, Il lavoro dell’attore, Laterza, 1956

-Toffetti Sergio, Stanley Kubrick, Moizzi, 1978

-Truffaut François, Il cinema secondo Hitchcock, Pratiche
Editrice, 1977

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